“Dio è morto!”

“Dio è morto!”

Lo ha urlato Nietzsche in piazza.

E il fantomatico superuomo ha provato a riempirne il vuoto.

Rifiuta di buttare le monetine nel cestino delle offerte, preferisce sentirle strisciare nella fessura di una slot machine.

Rifiuta di bere il corpo di Cristo, preferisce spappolarsi il fegato al bancone di un bar.

Rifiuta di sentire l’odore di incenso proveniente dal turibolo, preferisce riempirsi i polmoni di nicotina.

Rifiuta di mangiare il corpo di Cristo, preferisce impasticcarsi di stupefacenti.

Rifiuta di andare a confessarsi dal sacerdote, preferisce pagare lo psicologo.

Dio è morto.

Amen.

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Che banale.

Un post sul Natale il 21 dicembre. Che banale.

Il natale che non è più lo stesso da quando nonna non c’è più. Che banale.

Il pandoro senza canditi. Che banale

Il profumo di bucce di mandarino nel camino. Che banale.

Papà che ” Non ho avuto il tempo di andare a comprare i regali perché dovevo finire di lavorare”. Che banale.

Inventarsi parenti da invitare per recuperare i 364 giorni di solitudine. Che banale.

Senza neve non è Natale. Che banale.

La dieta e la palestra da gennaio. Che banale.

Quel che conta è il pensiero. Che banale.

Le canzoni di Michael Bublè. Che banale.

A Natale siamo tutti più buoni, ma le bestemmie in mezzo al traffico aumentano. Che banale.

Quest’anno ci sei tu.

Frammenti.

Mercoledì di pioggia.

Primo giorno di day hospital.

San Paolo.

Nono piano.

Psichiatria.

Prelievo. Bilancia. Elettrocardiogramma.

Attesa. Attesa infinita. Aspetto che mi chiamino per i risultati in mezzo ai matti.

Io non sono così

Insieme a me ci sono altre due ragazze più magre.

Non sono perfetta neanche come anoressica.

Entro in studio. Camici bianchi ovunque. Il doppio degli occhi puntati su di me. Percepisco che non si tratterà della solita ramanzina.

《La situazione è critica. È necessario il riposo forzato. Non può più andare a lavorare per almeno 15 giorni.》

Mi si gela il sangue. Sento il pavimento sgretolarsi sotto la sedia, non ho più appigli.

L’unica cosa che mi è rimasta dopo aver perso tutto è il lavoro. La mia cucina. Come faranno senza di me? Come lo spiego ai colleghi? Come lo dico allo chef?

Mi spiace ma sono una debole: devo mollare. Sono una perdente.

Cerco un ultimo appiglio negli occhi di Gloria:

《Mi spiace ma tutto quello che potevo fare l’ho fatto, non c’è altra soluzione》.

Stronza.

Non può più aiutarmi. È con me, ma è contro l’altra me. Lo fa per me, ma mi sembra di essere tradita.

Sento già gli occhi della famiglia addosso ad ogni pasto, sento già l’aria tesa che si ripeterà a colazione a pranzo e a cena. Mi sento soffocare.

In studio continuano a parlare di ricoveri possibili, ma io non sento niente. L’unica cosa che penso è

Ma veramente devo stare a casa 15 giorni?

Ci pensa mia madre a togliere ogni dubbio:

《Il permesso per il riposo di un mese da lavoro lo fate voi? 》

Taci. Io non ci sto a casa. Un mese? Hanno detto 15 giorni! Ma uccidimi piuttosto.

《Certo》

Mollatemi. Vi odio tutti.

Sospendo nell’indecisione.

Io preferivo quando per decidere bastava una monetina.

Testa o croce.

Bianco o nero.

Ristorante o pizzeria.

Vino bianco o rosso.

Liceo classico o scientifico.

Mare o montagna.

Mela o arancia.

Briscola o scopa.

Nascondino o ce l’hai.

Sci o tavola.

Obbligo o divieto.

Vestito o pantaloni.

Adesso è tutto un casino perché tirare una monetina non basta più. Servirebbe una monetina da cento facce e forse non basterebbe.

Siamo bombardati da scelte diverse, opzioni diverse.

Non ho un colore preferito perché non so scegliere. Non so scegliere tra il Borgogna, il Mogano, il Papaia, l’Avio, il Seppia e lo Zaffiro.

Ammiro chi sa decidere cosa vuole per cena.

Pizza. Pasta. Hamburger. Con o senza cipolla. Indiano. Cinese. Vietnamita. Pesce. Carne. Salumi. Sushi. 50 tipi di roll diversi.

Ammiro chi sa scegliere il vino in una lista di 150 etichette.

Ammiro chi sa scegliere quale sport fare.

Perché tra tutta questa scelta ci sarà pure la migliore per me. La MIA scelta. Ma ogni opzione sembra avere delle postille che non si adattano.

Lascio aperte tutte le porte che mi si aprono perché così mi hanno detto di fare, ma il dono della scelta si tramuta da libertà a prigione.

Sospendo nell’indecisione e piuttosto che fare una scelta fallimentare non scelgo niente.

Ognuno ha i suoi tempi.

È una frase che ripetevo spesso da bambina quando ero sempre l’ultima a finire di mangiare.

Mi gustavo ogni boccone e ogni cibo aveva un suo particolare metodo di assunzione, ma i miei preferiti erano i pomodorini ciliegini.

Li prendevo a manciate e riempivo esattamente la metà del piatto, così una volta divisi a metà lo riempivano per intero.

Poi li condivo con olio e sale sulla parte della polpa e li giravo in modo da poterli schiacciare uno a uno con la forchetta per farne uscire tutti i semini (ovviamente capitava che schizzassero tutti in giro, ma con il tempo ho imparato a individuare il punto esatto in cui schiacciare in modo che ciò non avvenisse).

Dopo averli spremuti tutti mangiavo prima l’esterno e poi bevevo direttamente dal piatto tutto il sughero con i semini fino a che non ritornava pulito.

Tutto il processo richiedeva tempo, ma ne valeva la pena.

Io ho sempre avuto bisogni dei miei tempi e per questo mi sono spesso ritrovata indietro.

Ho dato il mio primo bacio a 16 anni. Ho avuto il mio primo ciclo a 17. Ho perso la verginità a 18 anni.

Ho sempre avuto il bisogno di riflettere prima di prendere una decisione, di pensare prima di agire.

Penso abbia a che fare con il mio rapporto con la natura.

Sono rispettosa nei suoi confronti, seguo i suoi tempi e non mi piace strappare i frutti acerbi per la fretta.

Preferisco aspettare e godermi tutta la dolcezza che porta con sé la maturazione.

Tu sei.

Tu sei

La palla nella ciotola,

La palla sotto il tavolo.

Tu sei

La musata sullo stipite,

La zampata sulla finestra.

Tu sei

L’odore di mentuccia,

L’odore di salamino.

Tu sei

Un pelucco nella minestra,

Un pelucco sul maglione.

Tu sei

Il mio peggio,

Il mio meglio.

Tu sei

L’acqua dal bidè,

L’acqua della canna.

Tu sei

Un temporale in lontananza,

Una scintilla d’accendino.

Tu sei

La crosta di formaggio,

Il pollo arrosto.

Tu sei

La pantera della giungla,

La leonessa della savana.

Tu sei

L’odio,

L’amore.

Sola.

Sono sempre stata sola, anche quando ero in compagnia.

Sono sempre stata esclusa da ogni gruppo.

Forse è colpa mia perché non ho mai fatto capire agli altri quanto mi importasse fare parte di loro,ma mi sono sempre sentita un peso, mi sono sempre sentita fuori luogo, mi sono sempre sentita di troppo.

Sono quella che nelle foto di gruppo stava dietro la macchina fotografica:

“Dai facciamo una foto! Ci fai una foto?”

Nel 2017 non appartengo a nessun gruppo di Whatsapp.

Non faccio parte del gruppo del genere femminile perché non sono mai stata abbastanza trasgressiva per entrare nella loro “cricca” e sono sempre stata in ritardo su tutto.

Non appartengo al gruppo del genere maschile perché forse nemmeno io vorrei sapere quello che si scrivono e si inviano nella quotidianità.

Ho un solo gruppo.

Da 6 anni.

Quello di danza.

E a danza non ci vado da 5 anni.

Forse non ho preso abbastanza sul serio questa storia dei social che hanno cambiato drasticamente le relazioni.

Forse avrei solo bisogno di qualcuno che mi citofoni e mi dica:

“Vieni giù a giocare a nascondino?”

Non faccio parte di nessun gruppo e personalmente sono contenta così. Non mi piace uscire insieme a tante persone, perché gli individui nel gruppo si celano dietro maschere e mantengono un’impostazione superficiale. Prestabilita.

Preferisco uscire e guardare negli occhi una sola persona, metterla a suo agio e conoscerla visceralmente.

A me piace la verità.

Odi et amo.

Odio sprecare l’acqua tanto quanto amo stare sotto la doccia,

Odio alzarmi tardi la mattina tanto quanto amo stare sotto le coperte fino a tardi,

Odio non sfruttare il tempo libero tanto quanto amo stare a poltrire sul divano,

Odio mangiare tanto pane tanto quanto amo fare la scarpetta,

Odio usare la macchina tanto quanto amo le gite fuori porta,

Odio perdere tempo sui social tanto quanto amo farmi i cazzi vostri,

Odio quest’eccessivo consumismo tanto quando amo andare per negozi,

Odio i sacchetti di plastica tanto quanto amo i palloncini gonfiati con l’elio,

Odio la deforestazione tanto quanto amo andare a sciare,

Odio lo strato oleoso sulla superficie del mare tanto quanto amo andare a pescare in gommone,

Odio questi container che attraversano il mondo tanto quanto amo l’avocado messicano,

Odio rovinarmi il fegato tanto quanto amo l’amaro a fine pasto,

Odio questo senso di colpa tanto quanto amo le cose che non mi concedo.

Io mica lo sapevo.

Al primo ciao
io mica lo sapevo
che un po’ mi avresti cambiata tutta
che mi avresti resa più coraggiosa
meno paranoica e meno sola
e un poco più capita
e più me di quanto io non sia mai stata.
Al primo ciao
che mi hai detto sottovoce
io mica lo sapevo che il tempo da quel giorno non ci avrebbe più sfiorato
che non avremmo più sentito che passava anche se invece passava pure un sacco veloce
che anche il lunedì sarebbe diventato domenica,
e che sarebbe stata primavera sempre dentro a tutti i nostri inverni
ogni istante,
mica lo sapevo che mi avresti fatto luce dentro al buio
che i miei fantasmi li avresti stretti forte per farli sentire meno soli
che mi avresti lasciata qui ad aspettarti ogni volta, ogni momento
come se vivere iniziasse sempre dove finisci tu.
Mica lo sapevo,
al primo ciao un po’ impacciato
che tutto quel che sapevo da quell’istante non l’avrei saputo più
che avrei conosciuto insieme a te la rabbia, il dolore,
le paranoie e il rancore
e la meraviglia di svegliarmi e sapere che avrei visto i tuoi occhi
e che di certo mi sarebbero bastati a scordarmi tutto il male.
Al primo ciao
che ci siamo detti incerti
io mica lo sapevo che l’amore esisteva davvero
e che all’improvviso mi sarebbe caduto negli occhi direttamente dai tuoi sorrisi estremi
no, che non lo sapevo
però
me lo sentivo.

Frammenti [15.10.2015]

Mi muovo come uno zombie.

Non c’è più il cervello a decidere: È stanco di pensare. Le energie vengono a mancare e prova a risparmiarle in qualsiasi modo.

Il mio corpo sa cosa deve fare. Brevi automatismi uno dietro l’altro:

Sveglia, lavoro, letto.

Per quanto riuscirò a resistere in questa autotortura? La stanchezza è sempre più pesante e invadente. Ogni impercettibile movimento non previsto richiede uno sforzo enorme.

Mi chiedo se in questo momento dovessi affrontare un dramma come reagirei. Forse non me ne renderei nemmeno conto; forse il mio cervello non ci farebbe nemmeno caso, non avrebbe le energie necessarie ad affrontare il problema. Come quando vedi un’equazione troppo complessa e pensi “questa la copio domani in classe”. E passerei per l’ennesima volta agli occhi di tutti come la stronza che pensa solo a se stessa e non vede quello che succede intorno, che è incapace di provare emozioni e tira giù la saracinesca del cuore:

“CHIUSO PER EGOISMO”

La stronza che non ha mai voglia di uscire perché richiederebbe energie che non ho e che non mi concedo di avere, la stronza che non esce per bere una cosina dopo il lavoro perché non sopporta le inutili calorie liquide, la stronza che non esce per un aperitivo o per una pizza perché “chissà quanti etti in più peserò domani”. La stronza che rovina i pranzi di natale e di compleanno e le cene di vigilia e di capodanno. La stronza che odia le giornate speciali di festeggiamenti perché escono dagli schemi prestabiliti della sua mente. La stronza che lavora e basta per sentirsi meno inutile. La stronza che quando entra in una stanza porta con sé una nuvola nera che subito si espande e travolge ogni cosa e persona, si attacca alle viscere e spegne ogni colore.

Vorrei rinchiudermi in una stanza buia,in un angolo, sotto una coperta e piano piano scomparire senza che nessuno si senta in colpa per la mia “non esistenza”.