Demone.

Sento il demone posarsi sulle spalle, spostarsi sulle scapole e poi premere sui polmoni.

Impercettibilemente ogni respiro si fa più corto.

Mi sento alle strette: mi devo muovere, devo scappare.

Più percepisco la difficoltà, più il demone preme, come se si fosse reso conto di essere stato scoperto e dovesse sbrigare la faccenda nel più breve tempo possibile.

Provo ad allargare la laringe per controbilanciare la capacità ridotta dei polmoni e aumentare l’entrata di ossigeno. Lui se ne accorge e si sposta sulla gola creando un groviglio di nodi che manco il capitan Findus sarebbe in grado di sciogliere.

In poco tempo ricrea la percezione di quei pianti trattenuti che si fermano nell’esofago e si trasformano in una paresi facciale che ti rende simile alla Medusa di Caravaggio.

La salivazione aumenta perché il corpo mi impone di reagire, non sopporta la stretta alla gola e mi obbliga a deglutire, ma è proprio in quel preciso istante che il demone aumenta la pressione rendendo impossibile qualsiasi reazione.

E allora mi ritrovo con la cavità orale piena di saliva che non so come espellere e i muscoli della trachea così in tensione da provocarmi crampi.

Sono una bambola voodoo tra le dita del mio demone. Lo sento infilare gli spilli uno a uno nella gola.

Non vuole finirmi, sarebbe la fine del suo divertimento, vuole portarmi al limite, per rendermi il recupero il più difficoltoso possibile.

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Non avrei resistito.

Se fossi entrata non avrei resistito ai tuoi lobi e al tuo collo disadorno degli orecchini e delle catenelle che indossavi tutti i giorni.

Se fossi entrata non avrei resistito alla tua fronte rilassata; tu che avevi sempre un solco profondo che la attraversava, tipico di chi è sempre indaffarato.

Se fossi entrata non avrei resistito all’odore asettico delle tue mani; tu che avevi i palmi che profumavano sempre di soffritto e pasta sfoglia.

Se fossi entrata non avrei resistito alla tua pelle asciutta; tu che l’avevi sempre imperlata di sudore.

“Entra a darle l’ultimo saluto, è come se dormisse!”

Ma non sapevano niente loro di come tu dormivi. Non lo sapevano che avrebbero dovuto metterti un braccio sul viso a coprirti gli occhi e sistemarti le gambe come due sacchi di patate.

Non lo sapevano che avrebbero dovuto tirare giù le tapparelle perché poi la mattina la luce del sole ti dava fastidio.

Scommetto che non ti hanno nemmeno messo il rosario sul comodino.

“INVURNÌ!”

Frammenti. [18.1.2016]

Torno in ospedale dopo un weekend a casa. Mi pesano.

《Sei calata. Ti spostiamo in reparto fino a mercoledì e poi ti spostiamo al centro di ricovero. Nel pomeriggio passeranno le infermiere a metterti il sondino, chiama i tuoi genitori e fatti portare il necessario per la notte.》

《Io il sondino lo rifiuto.》

《Mi spiace, ma questi erano i patti.》

Entro in reparto di medicina 2. Un odore di guanti in lattice misto a urina intrappolata nei materassi e di disinfettante mi inonda le narici.

Entrano le infermiere. È finita, ho perso.

《No,no. Dammi il tubo più grande.》 Non realizzo.《Rilassa la gola o farà più male.》

Faccio un respiro profondo. Sento il tubo scendere e grattare le pareti dell’esofago, giù fino allo stomaco. Da fastidio.

Tremendamente fastidio.

Non riesco a fermare i dotti lacrimali; le ghiandole non smettono di produrre saliva che non riesco a ingoiare; il naso continua a colare, ma non riesco a soffiarmelo. In un attimo mi ritrovo la faccia piena di muco, saliva e lacrime. D’improvviso mi sento debole.

Entra in stanza mia sorella e mi sento come un cane bastonato.

Arriva anche mia madre e avrei voluto non vedere tutta quella pena nei suoi occhi. Sarei voluta sparire.

Dopo cena sento il sondino sfilarsi e chiamo le infermiere.

《Volevi togliertelo eh?》

Mi accusano.

Me lo rispingono giù a forza senza aspettare che rilassassi la gola. Una tortura.

《Basta! Toglietelo! Giuro che lo bevo ma mi fa troppo male!》

《Dovevi pensarci prima.》

Fanculo.

Posso farlo di più.

La ragione per cui

non t’ho ancora detto: “T’amo.”

non è perché non voglia dirtelo,

ma è perché non sono ancora giunta

alla vetta del mio amarti.

Spesse volte ho creduto

d’essere arrivata al belvedere più alto,

quello con la vista più spettacolare.

Spesse volte ho goduto di paesaggi meravigliosi,

ogni volta superiori in bellezza al precedente,

ma incredibilmente il sentiero portava più in alto.

La ragione per cui

non t’ho ancora detto: “T’amo.”

è perché so che posso farlo di più.

Frammenti. [13.1.2016]

《Abbiamo rilevato un’autofagocitazione a livello epatico. In breve: il tuo corpo si sta cibando del tuo fegato.

Per ristabilire i parametri dobbiamo necessariamente agire sull’introito calorico e da domani inizierai con un day hospital mattutino, se non funziona dobbiamo ricorrere al sondino.

Starai qui nel reparto psichiatria e sarai seguita dalla nutrizionista.

Ci vediamo domani alle 8.30. 》

[…]

Arrivo per la colazione. Vedo un integratore sul tavolo.

“Questo è lo spuntino di metà mattina, ora ti porto la colazione.”

Spuntino. 300 kcal in 250ml di boccetta tu lo chiami spuntino. È la metà di quello che assumo in una giornata intera. Fantastico.

Nella saletta mi raggiungono due ragazzi.

《Come mai sei qui? Sai che mi hanno fatto una lavanda gastrica stanotte? Ho ingoiato 20 pastiglie di medicinali e poi guarda, mi sono tagliato. Potevo morire..》

Rimango impassibile e giro lo sguardo verso l’altro ragazzo. Si piega con la testa sul tavolo.

《Scusate ragazzi, ma devo sniffare. Sniffare è la mia terapia. Lo devo fare.》

Tira su la testa e con una smorfia orgasmica esce dalla saletta.

Non so più dove girarmi: Lungo il corridoio si aggirano corpi anestetizzati da qualsiasi tipo di psicofarmaco.

Uno sguardo inebetito, una paresi facciale e una camminata strascicata accomuna tutti.

No, io no. Io sto bene.

Grazie. Al passato prossimo

Grazie per non essere sceso a compromessi con la solitudine.

Grazie per non esserti accontentato di un’altra persona solo per scaldarti il letto nelle notti più fredde.

Grazie per aver sopportato l’incompletezza dei giorni di Natale e del tuo compleanno.

Grazie per esserti reso consapevole della tua unicità, grazie per averla preservata e perché hai compreso che non ti meritava “una” persona ma “la” persona.

Grazie per non esserti arreso, perché mi rendo conto che non è facile continuare a cercare dopo aver perso le speranze.

Grazie per aver resistito a quei giorni in cui ci si sente la persona più sola su questo pianeta.

Grazie per la tua tenacia e perseveranza.

Grazie per esserti conservato per me.

“Dio è morto!”

“Dio è morto!”

Lo ha urlato Nietzsche in piazza.

E il fantomatico superuomo ha provato a riempirne il vuoto.

Rifiuta di buttare le monetine nel cestino delle offerte, preferisce sentirle strisciare nella fessura di una slot machine.

Rifiuta di bere il corpo di Cristo, preferisce spappolarsi il fegato al bancone di un bar.

Rifiuta di sentire l’odore di incenso proveniente dal turibolo, preferisce riempirsi i polmoni di nicotina.

Rifiuta di mangiare il corpo di Cristo, preferisce impasticcarsi di stupefacenti.

Rifiuta di andare a confessarsi dal sacerdote, preferisce pagare lo psicologo.

Dio è morto.

Amen.

Che banale.

Un post sul Natale il 21 dicembre. Che banale.

Il natale che non è più lo stesso da quando nonna non c’è più. Che banale.

Il pandoro senza canditi. Che banale

Il profumo di bucce di mandarino nel camino. Che banale.

Papà che ” Non ho avuto il tempo di andare a comprare i regali perché dovevo finire di lavorare”. Che banale.

Inventarsi parenti da invitare per recuperare i 364 giorni di solitudine. Che banale.

Senza neve non è Natale. Che banale.

La dieta e la palestra da gennaio. Che banale.

Quel che conta è il pensiero. Che banale.

Le canzoni di Michael Bublè. Che banale.

A Natale siamo tutti più buoni, ma le bestemmie in mezzo al traffico aumentano. Che banale.

Quest’anno ci sei tu.

Frammenti.

Mercoledì di pioggia.

Primo giorno di day hospital.

San Paolo.

Nono piano.

Psichiatria.

Prelievo. Bilancia. Elettrocardiogramma.

Attesa. Attesa infinita. Aspetto che mi chiamino per i risultati in mezzo ai matti.

Io non sono così

Insieme a me ci sono altre due ragazze più magre.

Non sono perfetta neanche come anoressica.

Entro in studio. Camici bianchi ovunque. Il doppio degli occhi puntati su di me. Percepisco che non si tratterà della solita ramanzina.

《La situazione è critica. È necessario il riposo forzato. Non può più andare a lavorare per almeno 15 giorni.》

Mi si gela il sangue. Sento il pavimento sgretolarsi sotto la sedia, non ho più appigli.

L’unica cosa che mi è rimasta dopo aver perso tutto è il lavoro. La mia cucina. Come faranno senza di me? Come lo spiego ai colleghi? Come lo dico allo chef?

Mi spiace ma sono una debole: devo mollare. Sono una perdente.

Cerco un ultimo appiglio negli occhi di Gloria:

《Mi spiace ma tutto quello che potevo fare l’ho fatto, non c’è altra soluzione》.

Stronza.

Non può più aiutarmi. È con me, ma è contro l’altra me. Lo fa per me, ma mi sembra di essere tradita.

Sento già gli occhi della famiglia addosso ad ogni pasto, sento già l’aria tesa che si ripeterà a colazione a pranzo e a cena. Mi sento soffocare.

In studio continuano a parlare di ricoveri possibili, ma io non sento niente. L’unica cosa che penso è

Ma veramente devo stare a casa 15 giorni?

Ci pensa mia madre a togliere ogni dubbio:

《Il permesso per il riposo di un mese da lavoro lo fate voi? 》

Taci. Io non ci sto a casa. Un mese? Hanno detto 15 giorni! Ma uccidimi piuttosto.

《Certo》

Mollatemi. Vi odio tutti.

Sospendo nell’indecisione.

Io preferivo quando per decidere bastava una monetina.

Testa o croce.

Bianco o nero.

Ristorante o pizzeria.

Vino bianco o rosso.

Liceo classico o scientifico.

Mare o montagna.

Mela o arancia.

Briscola o scopa.

Nascondino o ce l’hai.

Sci o tavola.

Obbligo o divieto.

Vestito o pantaloni.

Adesso è tutto un casino perché tirare una monetina non basta più. Servirebbe una monetina da cento facce e forse non basterebbe.

Siamo bombardati da scelte diverse, opzioni diverse.

Non ho un colore preferito perché non so scegliere. Non so scegliere tra il Borgogna, il Mogano, il Papaia, l’Avio, il Seppia e lo Zaffiro.

Ammiro chi sa decidere cosa vuole per cena.

Pizza. Pasta. Hamburger. Con o senza cipolla. Indiano. Cinese. Vietnamita. Pesce. Carne. Salumi. Sushi. 50 tipi di roll diversi.

Ammiro chi sa scegliere il vino in una lista di 150 etichette.

Ammiro chi sa scegliere quale sport fare.

Perché tra tutta questa scelta ci sarà pure la migliore per me. La MIA scelta. Ma ogni opzione sembra avere delle postille che non si adattano.

Lascio aperte tutte le porte che mi si aprono perché così mi hanno detto di fare, ma il dono della scelta si tramuta da libertà a prigione.

Sospendo nell’indecisione e piuttosto che fare una scelta fallimentare non scelgo niente.