Frammenti. [7.10.2015]

È il Mercoledì del mese. Mi sveglio per andare da Gloria, mi chiama mamma “9.20 sotto casa”. Faccio colazione, la casa è vuota. Non so cosa aspettarmi, non so di cosa si parlerà oggi…
Mamma passa a prendermi insieme a Martina e nel silenzio che lascia spazio all’affluire dei pensieri arriviamo in studio.
“Un secondo che metto a posto e sono subito da voi.”
Un bacio sulla porta. Asettico. Uno scambio di sguardi preoccupati, severi. Oggi vogliono agire, le parole non bastano più. Non siamo qui per parlare.
Oggi non è Gloria, è un’altra; indossa un camice bianco con il contabattiti attaccato al collo: oggi è la dottoressa.
La bilancia nell’angolo. Sembra l’abbia presa dal bagno di casa sua. Faccio finta di non vederla e mi siedo sulla mia poltrona.
“Ecco una nuova arrivata! Oggi non si parla di psicologia ma di medicina pura”.
Le domande a ruota, una dietro l’altra.
“Quanto tempo passi a contare le calorie?”
“Perché conti?”
“È dovuto al lavoro?”
“Dormi la notte?”.
Il cervello è stanco di pensare, fatica a rispondere. Le connessioni nervose sono labili.
“Bene ora saliamo sulla bilancia”. So già che il numero è troppo basso: 37.
“Quanto sei alta? “ “1.60”.
Rileva i risultati sul telefono, le facce preoccupate.
“Hai un bmi di 14.5, un altro punto e sei da ricovero immediato”.
Martina è agitata , mia mamma anche. Io sono spaventata, ma la malattia non mi fa ragionare…
Non sono presente. Annuisco senza riflettere sulle parole “Esami”, “ricovero”, “day hospital”, “moc”, “pancreatite”, “rigonfiamento delle caviglie”, “togliamo la pillola”,
“Ti do un antidepressivo di nuova generazione” .
Ancora non mi rendo conto.
“Misuriamo la pressione?”. È bassa ma non eccessivamente.
“Come ti senti?”
Non sento.
“Hai domande?”
Silenzio.
Non so cosa dire, ho la preoccupazione nello sguardo di tre persone addosso e io mi sento fuori luogo, apatica difronte a tutte le spiegazioni. Gloria continua a parlare con mamma e Martina, ogni tanto prova a sbirciare per vedere se sono uscita dal mio stato catatonico. L’unica cosa che riesco a fare è fissare i quadri di Mondrian sulle pareti. Vorrei solo essere sottile come quelle linee. Vorrei solo sparire senza che nessuno se ne accorga. Mi sento tremendamente scomoda e il tempo sembra essere infinito. Non capisco cosa c’entrano questi sguardi con me. Io non vedo quello che vedono loro.
Sento la preoccupazione di non essere preoccupata.
“Se tra un mese non hai messo su 2 kg mi spiace Greta ma dobbiamo passare al ricovero, io ho fatto di tutto ma tu stai entrando dentro a un circolo in cui non sei più in grado di ragionare e io ti voglio bene e non posso tenerti così.”
Non avevo mai visto così tanta pena nello sguardo di Gloria. Mi sento un cane abbandonato.
‘Ma non è vero, non è preoccupata, fa così con tutte per spaventarle.’ Ripetono le vocine nella mia testa.
“Vi lascio un secondo”
Mamma mi guarda con rassegnazione: “Allora, cosa vuoi fare?”
‘’Mangiare di più. Cosa dovrei fare?’’.
Non so se ne sono in grado, anzi so perfettamente che è la palla più colossale che io abbia mai detto, ma è quello che si aspettano che io risponda. Sono spaventata, non voglio lasciare la mia vita per una malattia mentale. Bene si combatte.
Usciamo dopo un abbraccio con Gloria.
Pranziamo da Princi “focaccia con crudo e un panino ai cereali” mi sento scoppiare. Percepisco l’olio della focaccia scendere in gola, vorrei potesse aggrapparsi alle pareti e non scendere, ma sono troppo scivolose. Provo a concentrarmi sul sapore, ma non ci riesco. Vedo numeri scendere nello stomaco . Vedo numeri tra le mie mani unte di olio (113 kcal per cucchiaio). Conto. Continuano a salire ad ogni morso, come in una slot-machine mi sembra di aver appena fatto Jackpot, e l’ombra mi circonda, vuole togliermi il respiro.
Vado a lavoro. Un messaggio da mia sorella
” Oggi per me è stata tosta. Spero tu ti senta un po’ meglio. Tutti stiamo lottando per te. Non mollarci Gre. Non voglio tu ti senta in colpa per quello che ti ho detto. So che non fai apposta a ritorcere il tuo dolore contro di noi facendoci sentire inutili difronte al male che ti infliggi e so che probabilmente è quello che ci meritiamo perché deriva da azioni passate che non sono state risolte; però quello che penso io è che potremmo dargli un senso in positivo a tutto questo male.”

È mezzanotte e torno a casa. Saluto mamma, la luce soffusa in camera mi dice che Martina è ancora sveglia. La saluto con un abbraccio intenso, senza dire una parola.
Le lacrime negli occhi vogliono uscire e trovano via libera.
“Buonanotte sis”.
Faccio uno spuntino e mi preparo la camomilla. Mentre sono a sorseggiarla sotto le coperte la porta della camera si apre:
Mia sorella in lacrime. Avvilita. Non ce la fa più a vedermi stare male. L’abbraccio di nuovo e cerco di tranquillizzarla. I pensieri sono flebili, percepisco che dovrei preoccuparmi, sto facendo soffrire le persone intorno a me oltre che distruggere me stessa.
Le chiedo scusa e la stringo.
Ci addormentiamo abbracciate nel lettone. È stata una lunga giornata per entrambe, forse per lei che è cosciente lo è stata ancora di più.
“Buonanotte sis”.

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