Demone.

Sento il demone posarsi sulle spalle, spostarsi sulle scapole e poi premere sui polmoni.

Impercettibilemente ogni respiro si fa più corto.

Mi sento alle strette: mi devo muovere, devo scappare.

Più percepisco la difficoltà, più il demone preme, come se si fosse reso conto di essere stato scoperto e dovesse sbrigare la faccenda nel più breve tempo possibile.

Provo ad allargare la laringe per controbilanciare la capacità ridotta dei polmoni e aumentare l’entrata di ossigeno. Lui se ne accorge e si sposta sulla gola creando un groviglio di nodi che manco il capitan Findus sarebbe in grado di sciogliere.

In poco tempo ricrea la percezione di quei pianti trattenuti che si fermano nell’esofago e si trasformano in una paresi facciale che ti rende simile alla Medusa di Caravaggio.

La salivazione aumenta perché il corpo mi impone di reagire, non sopporta la stretta alla gola e mi obbliga a deglutire, ma è proprio in quel preciso istante che il demone aumenta la pressione rendendo impossibile qualsiasi reazione.

E allora mi ritrovo con la cavità orale piena di saliva che non so come espellere e i muscoli della trachea così in tensione da provocarmi crampi.

Sono una bambola voodoo tra le dita del mio demone. Lo sento infilare gli spilli uno a uno nella gola.

Non vuole finirmi, sarebbe la fine del suo divertimento, vuole portarmi al limite, per rendermi il recupero il più difficoltoso possibile.

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